ANALISI ESTETICA DI BAKEMONOGATARI E NISEMONOGATARI (2)

ATTENZIONE Contenuto a rischio spoiler

Uno studio di Dani Cavallaro su Bakemonogatari e Nisemonogatari alla luce del senso estetico giapponese – parte seconda

(seguito della prima parte)

Se passiamo a Nisemonogatari, lo stesso principio metaforico opera ancora come filo conduttore di portata fondamentale. Di conseguenza, la febbre che tormenta Karen dopo che è stata punta da un’ape particolarmente maligna costituisce una semplice, ma estremamente significativa, metafora della sua natura focosa e battagliera. Nel caso di Tsukihi, poi, la rivelazione che lei sarebbe a tutti gli effetti una (falsa) fenice può non soltanto riflettere l’atteggiamento volubile della ragazza, ma anche racchiudere un aspetto importante della serie nel suo complesso: la riflessione sulla capillarità di fenomeni quali la falsità, la simulazione e l’inganno.

Nisemonogatari spiegazione - Tsukihi Araragi, finta sorellaIn realtà, come Verdant osserva in una recensione del finale di Nisemonogatari, “nel corso di questa serie ci sono stati presentati molti interrogativi a proposito di imbroglioni e impostori, interrogativi che nessuno scontro fisico sarebbe mai in grado di risolvere. Tuttavia, la domanda più importante di tutte è stata lasciata per l’ultimo episodio: qual è il valore di una mistificazione? In linea con il tema della serie, non c’è nulla che non si possa rivelare fasullo, neppure la fenice soprannaturale e immortale che dimora nel corpo di Tsukihi. Una finta fenice all’interno di una finta sorella” (Verdant).

Il sottotesto psicologico di Bakemonogatari è suggestivamente approfondito dai reindirizzamenti tematici e formali del sequel. Effettivamente, entrambi gli archi di Nisemonogatari rendono indiscutibilmente chiaro che gli imbroglioni e impostori menzionati nella recensione di Verdant non devono essere letteralmente identificati nelle creature che assumono il controllo delle identità delle eroine, opprimendole con esistenze inautentiche.

Di fatto, le creature costituiscono solo il lato superficiale della rappresentazione, la facciata narrativa.

Inconsapevolezza e autoinganno

Molto più importante è capire in quale misura tali creature, che incarnano aspetti problematici del carattere e delle esperienze di vita dei personaggi, non siano entità di per se stesse fasulle – e quindi irreali – quanto piuttosto mezzi per dimostrare che le esistenze delle protagoniste sono destinate a rivelarsi inautentiche nel momento in cui si sforzano di reprimere e occultare le proprie inibizioni e le proprie angosce.

La finzione per eccellenza, in questa prospettiva, non è costituita dall’entità soprannaturale che apparentemente causa i problemi di un’eroina, e neppure dall’identità che questa assume in seguito alla sua possessione ad opera di un agente esterno. Di fatto, ciò che innesca la concentrazione di mistificatori e simulacri, sui quali si intreccia una parte consistente della narrazione, è il fascio di emozioni latenti, inconfessate o represse che hanno avvelenato l’esistenza di quel dato personaggio fin dall’infanzia (o addirittura, almeno in un caso, già da prima) così da intrappolarlo in un labirinto di inconsapevolezza e autoinganno.

Nisemonogatari spiegazione - Koyomi e Mayoi nell'episodio 03 di Nise

La natura esplorata da Bakemonogatari e Nisemonogatari attraverso i traumi emotivi dei protagonisti è natura nella sua forma più complicata, tortuosa, e in un certo senso innaturale. In altre parole è la natura umana, per come si manifesta quando le persone si ritrovano alienate dalle proprie radici condivise nell’autentico flusso della vita, e si sforzano invece di costruire identità artificiali destinate a proteggerle dalla dolorosa necessità di confrontarsi con il loro senso di inadeguatezza e i loro timori.

Bake e Nise come dialoghi socratici?

Si potrebbe affermare che, dal punto di vista della retorica, l’idea di impostura trova un’elegante formulazione all’interno delle circostanze sceniche che avvolgono l’origine dell’ironia: nella fattispecie, una figura retorica ben nota per la sua capacità di imporre un significato falso, apparente al di sopra di un significato reale, implicito.

In effetti, la parola ironia deriva dalla figura dell’Eiron della commedia greca, un tipico personaggio sotto le righe che finge di essere sciocco per raggirare l’interprete del ruolo del presuntuoso millantatore, noto come Alazon. Il concetto di ironia socratica, che anima i dialoghi di Platone, scaturisce da questa tradizione teatrale: Socrate simula ignoranza e ottusità rivolgendo domande apparentemente inutili – per le quali i suoi interlocutori suppongono ci siano risposte assolutamente ovvie e sensate – in modo da dimostrare la fallacia delle credenze radicate cui le persone aderiscono per conformismo, abitudine, o semplice pigrizia mentale.

Bakemonogatari analisi - Alcibiade e Socrate

L’ironia scorre attraverso Nisemonogatari sia a livello tematico che stilistico. È proprio l’ironia ciò che permette alla serie di sviluppare la vocazione già presente in Bakemonogatari per l’utilizzo di bizzarri eventi soprannaturali al fine di scandagliare quelle che sono vere e proprie ossessioni umane, e di sfruttare disturbanti stranezze comportamentali per conseguire finalità ludiche.

Inoltre, l’ironia è la forza animatrice dietro alcuni dei momenti più toccanti di Nisemonogatari, nei quali Koyomi scopre di tenere moltissimo a sua sorella Tsukihi, indipendentemente dal fatto che sia una vera ragazza o un simulacro. E per questo, la più alta forma di ironia che l’anime ci offre consiste nell’affermare che la vera natura di un essere umano – la sua essenza, per così dire – in ultima istanza oltrepassa la comprensione umana basata sul buonsenso. La grafica stessa dell’anime, sospendendo tali regole con la sua peculiare estetica, potrebbe essere considerata come una suggestiva metafora di questa sfuggente essenza.

Esploratori del soprannaturale

In tutte le sue manifestazioni, lo spazio modella l’esperienza umana tanto a livello fisico quanto mentale, a volte consentendoci di interagire direttamente con i suoi elementi materiali, altre volte coinvolgendoci astrattamente, per mezzo di simboli e immagini mentali. In quanto opere d’arte, Bakemonogatari e Nisemonogatari ci offrono luoghi virtuali che, nel complesso, favoriscono la diffusione di significati ed esperienze in cui reale e fittizio si fondono alla perfezione.

Quando la realtà di ogni giorno si interseca con il soprannaturale, il che si verifica in ambedue le serie con la stessa costanza e lo stesso fervore, l’opportunità di costruire luoghi ipotetici, dove realtà e fantasia si incontrano, cresce a livello stratosferico. Ci si approccia come ad un incessante work in progress alla realtà esterna e al Sé: processi definiti dall’interazione fisica e affettiva che i personaggi instaurano con gli ambienti e i luoghi, nel momento in cui cercano alternativamente di stabilirvisi o di passare oltre, di appartenervi o di ex-istere1.

Bakemonogatari e Nisemonogatari ci ricordano brillantemente che, dove c’è di mezzo il soprannaturale, il bisogno di vagabondare, per chi dimora in questa dimensione, costituisce in fin dei conti una prerogativa più importante rispetto alla necessità di mettere radici. Il soprannaturale, in altre parole, è il regno sconfinato dell’eterno girovago.

Bakemonogatari analisi - Mayoi, anima errante
Mayoi ne sa qualcosa…

Il fascino discreto dello Studio Shaft

Ambedue le serie costituiscono un’eloquente testimonianza della preferenza accordata dalla casa di produzione per le grafica stilizzata: presentano quindi chiare affinità, dal punto di vista formale, con un altro titolo parimenti prodotto dalla Shaft, Puella Magi Madoka Magica. La palette cromatica e la background art tendono a integrare l’atmosfera prevalente di una scena, mentre gli scenari, per quanto meticolosamente dettagliati, non sono mai così carichi di elementi da impedire l’esplorazione oculare di fotogramma in fotogramma.

Perdipiù, sia Bakemonogatari che Nisemonogatari abbandonano più volte l’animazione piena a favore di disegni monocromatici, di immagini simili a frammenti presi dall’album degli schizzi di un artista (o ai graffiti a matita di un bambino) e di un esaltante assortimento di scarabocchi, figurine, ghirigori delle più svariate tonalità.

Nisemonogatari spiegazione - Koyomi super deformed

Come se non bastasse, certe scene sono quasi completamente desaturate, con gli unici tocchi di colore riservati a oggetti simbolici destinati a rappresentare, per metonimia, i turbamenti emotivi di un personaggio.

Se ci aggiungiamo poi i collage – che abbinano quelli che sembrano ritagli di fotografie reali con articoli di giornale – le due serie forniscono un mélange davvero intrigante di diversi media visivi. Oltretutto, la tipica propensione della Shaft nel mettere a nudo gli strumenti impiegati per costruire la narrazione visiva, attraverso tecniche sia convenzionali sia d’avanguardia, rende l’anime un esercizio spiccatamente autoreferenziale.

Questo aspetto di entrambe le serie è ulteriormente rafforzato dall’uso assiduo di frammenti di monologo interiore, che talvolta assumono il sapore accattivante del flusso di coscienza.

Chihiro docet

Vale inoltre la pena di notare che la Shaft ha fatto uso di analoghe strategie visive in altri anime connessi con la tracciatura dei riti affettivi di passaggio e del viaggio alla scoperta di sé. I più significativi, a tal riguardo, sono ef – a tale of memories e ef – a tale of melodies, due serie TV dirette da Shin Ōnuma e trasmesse, rispettivamente, nel 2007 e nel 2008.

In entrambi i casi, la Shaft pone l’arte dell’animazione stessa come componente decisiva del contenuto narrativo della serie, inframmezzando sequenze ordinarie con fotogrammi in bianco e nero, schizzi fatti a mano, sagome dei personaggi entro le quali parti dello scenario sembrano scorrere incessantemente, reinterpretazioni stilizzate di soggetti naturali (quali fiocchi di neve e gocce di pioggia) e fotografie sapientemente ritoccate.

Solarizzazioni, scomposizioni cromatiche e desaturazione sono parallelamente utilizzate per rafforzare la portata drammatica delle scene più suggestive, mentre molti fondali e oggetti scenici sono realizzati con una meticolosità fotorealistica. Queste tecniche sono accompagnate da parecchi audaci effetti cinematografici, tra i quali inquadrature insolite, fotogrammi inseriti apparentemente a caso, angolazioni stravaganti ed espedienti tipici delle riprese live-action, come i frequenti cambi di fuoco e tagli in asse.

Alcuni dei momenti più indimenticabili di ef – a tale of memories sono quelli che offrono una testimonianza lapidaria dello sforzo creativo dell’eroina, a dispetto di una grave compromissione neurologica. Lo sfondo, in queste scene, si riempie di vorticose porzioni di frasi, così come di elementi tipografici nei caratteri più disparati, di volta in volta sovrapposti, aggregati e disaggregati per tutto lo schermo.

Bakemonogatari analisi - Chihiro e le parole

Il rosso e il nero

Da un punto di vista estetico, una delle scene di Bakemonogatari in cui la Shaft rivela nel modo più incisivo il proprio talento sperimentale è quella che riporta il tentativo di violenza fisica su Hitagi. La rappresentazione stilizzata del corpo supino – sapientemente riprodotto come entità anonima, piuttosto che come dimensione fisica personale della ragazza – restituisce un senso destabilizzante di vulnerabilità e di assoluta impotenza. I temi grafici altrettanto stilizzati che circondano il corpo rafforzano questa impressione con un marcato significato simbolico.

Bakemonogatari analisi - Il tentativo di violenza su Hitagi

In Bakemonogatari – e così pure in Nisemonogatari – anche i colori sono sfruttati con un intento esplicitamente simbolico. Ciò è palesemente confermato dall’impiego di inquadrature in cui lo schermo è completamente inondato da un’unica distesa di colore, di una tonalità ben precisa spesso accompagnata dal proprio nome. Gli esempi più significativi sono rappresentati dal rosso e dal nero, seguiti dal giallo, dal verde, dal blu, dall’arancione e dal rosa. Stante la preminenza assegnata un po’ dappertutto nell’anime al rosso e al nero, questi due colori meritano, nel nostro contesto, una riflessione specifica.

Nella visione del mondo offerta dall’anime, il rosso mantiene la connotazione simbolica che ha rivestito per secoli nel contesto della cultura tradizionale giapponese. Come spiega Cassandra Mathers, è di per sé stesso “un colore potente… che rappresenta forti emozioni, piuttosto che idee. In quanto colore del sole nella cultura e sulla bandiera giapponese, il rosso è il colore dell’energia, della vitalità, dell’entusiasmo, del calore e della potenza. Il rosso rappresenta l’amore e l’intimità, incluso il desiderio sessuale, l’energia e la forza vitale delle persone”.

L’impiego del nero, a sua volta, ci ricorda che “tradizionalmente, il nero ha rappresentato morte, distruzione, sventura, timore e sofferenza. Specialmente se usato da solo, il nero rappresenta il lutto e la cattiva sorte“. Nonostante le sue sinistre implicazioni, tuttavia, al nero è stata al tempo stesso riconosciuta una posizione privilegiata nella cultura giapponese, grazie all’associazione con “la formalità, e ha finito sempre di più col rappresentare l’eleganza, in seguito alla crescente popolarità del concetto occidentale di black tie2” (Mathers).

Luci e ombre

Nell’anime stesso, il nero non è solo sfruttato per veicolare un penetrante senso di mistero, ma è anche portato discretamente in scena per evocare un senso di solennità, in tono serio oppure con finalità ironiche. Soprattutto, si potrebbe affermare che il nero è la tonalità più imprescindibile nella palette cromatica dell’anime perché racchiude uno degli insegnamenti filosofici di capitale importanza sia per Bakemonogatari che per Nisemonogatari (e già affrontati in precedenza) ossia il fatto che, senza una spiccata predisposizione nei confronti dell’oscurità, non si può raggiungere alcuna conoscenza del Sé e neppure del suo contesto naturale.

Occorre sottolineare che, nell’ambito della tradizionale estetica giapponese, la luce – e i concetti correlati di illuminazione, luminosità e fulgore – sono privi di significato finché non sono messi in rilievo dall’austera tenebrosità del nero. Il nero è il simbolo delle arcane profondità che la vita alla luce del giorno deve omaggiare, se intende davvero interagire armoniosamente con i propri ritmi, cicli e attività.

Bakemonogatari analisi - Hitagi e Koyomi nell'oscurità

Infine, un discorso a parte lo meritano le sfumature di bellezza racchiuse nella visione estetica delle due serie. Il Kawaii gioca un ruolo cruciale nella rappresentazione di praticamente tutte le eroine protagoniste dei vari archi, con Mayoi che ne è la più tipica incarnazione, semplicemente in virtù della sua età. Perdipiù, e forse più sorprendentemente, alcuni spunti immaginifici del kawaii sono pure usati per caratterizzare le fisionomie di entrambi i protagonisti maschili, Koyomi e Meme.

Al tempo stesso, la cura dell’anime per i dettagli è avvalorata dall’inserimento di elementi kawaii non soltanto nell’aspetto fisico dei protagonisti ma anche in numerosi oggetti scenici, capi di abbigliamento e accessori – ad es. lo zaino di Mayoi, un articolo che molti giovani spettatori (e forse pure qualcuno un po’ più anziano) si affretterebbero indubbiamente a piazzare in cima ad un’ipotetica, per quanto leziosa, wishlist.

A dispetto delle imposture di questo mondo

Tanto Bakemonogatari quanto Nisemomogatari rendono omaggio al tradizionale principio del fūryū, in quanto portatore di significato, tratto stilistico (come spesso accade nella cultura giapponese contemporanea) ed espressione di estrema raffinatezza, nell’ambito dei principi estetici enunciati durante il periodo Heian3.

Lo Shibui parallelamente rappresenta un aspetto importante dell’estetica globale dell’intera saga, in quanto austera solennità nettamente contrapposta all’ostentazione ritualizzata: i momenti nei quali Meme tenta di placare gli spiriti che tormentano le fanciulle possedute, così da aiutarle a fare i conti con i loro latenti conflitti interiori, riassumono nel modo più suggestivo tale interpretazione dello shibui.

Infine, per concludere, sia lo yūgen che lo yūdai, in quanto ricettacoli dell’idea di sublime, trovano un’originale enucleazione nella memorabile scena, già citata in questo studio, nella quale Hitagi regala a Koyomi un cielo stellato di spettacolare bellezza, trasmettendo in tal modo il messaggio etico nascosto nella serie: un messaggio di purezza e di speranza, a dispetto delle onnipresenti imposture di questo mondo.

from Japanese Aesthetics and Anime: The Influence of Tradition © 2013 Dani Cavallaro by permission of McFarland & Company, Inc., Box 611, Jefferson NC 28640 www.mcfarlandbooks.com – translated into Italian by Ugo Pastore

Bakemonogatari analisi - Hitagi e Koyomi guardano insieme le stelle

Note del traduttore

1 Gioco di parole, ricalcato sul latino, tra exist «esistere» e exit «uscire».
2 Black tie è un tipo di dress code che prevede l’uso dello smoking, con l’immancabile papillon nero (si distingue dal white tie, che obbliga invece ad indossare il frac).
3 Epoca della storia giapponese, compresa tra il 794 e il 1185, che prende il nome dalla capitale del tempo, Heian-kyo, l’attuale Kyōto.

Per approfondire

Mathers, C., What Is the Meaning of Color in Japanese Culture?, in eHow UK.

Verdant, Nisemonogatari – 11 (end), in Random Curiosity.

Redazione

A cura dello staff di Animebambu.it

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