VIOLET EVERGARDEN

Titolo VIOLET EVERGARDEN
Titolo originale ヴァイオレット・エヴァーガーデン Vaioretto Evāgāden
Genere Drammatico, Fantastico, Fantascienza
Durata 13 episodi + 1 OAV (25 min.)
Anno 2018 
Regia Taichi Ishidate
Soggetto Kana Akatsuki (light novel illustrata da Akiko Takase) 
Sceneggiatura Reiko Yoshida
Character design Akiko Takase
Musiche Evan Call
Una produzione Kyoto Animation
In breve All’interno dello stato del Leidenschaftlich, devastato dalla recente guerra civile, le bambole di scrittura automatica si occupano di trascrivere i pensieri e i sentimenti delle persone e di farle arrivare ai destinatari.
Punti di forza Pilastro portante della qualità della serie è senza dubbio il piacevolissimo doppiaggio e l’incredibile scenografia e character design. La palette di colori pallidi e tenui che caratterizza Violet ben si accompagna ad alcuni dettagli dai colori vividi e brillanti, quali la spilla che porta sempre con sé. La colonna sonora accompagna in modo costante le vicende dei personaggi senza mai risultare invadente, il sognante suono dei violini non cede a virtuosismi e rimane sempre fedele ad un leitmotiv malinconico e commovente.
Punti di debolezza Lasciano una scia di perplessità gli episodi autoconclusivi con personaggi che, sì, gravitano intorno alla protagonista e contribuiscono alla sua costruzione di una sua consapevolezza ma comunque entrano facilmente nel dimenticatoio.
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VIOLET EVERGARDEN E IL FIORE DELLA GUERRA

La recente e – possiamo dire anche – crescente attenzione rivolta alle produzioni anime giapponesi ha portato in Italia, sulla celebre piattaforma Netflix, il prodotto nipponico della Kyoto Animation Violet Evergarden in simulcast.

Reduce dalla fine di una guerra estenuante, da violenti combattimenti, e privata degli arti superiori, Violet, un’orfana impiegata come arma, si trova a dover cominciare una nuova vita al di fuori del contesto militare. Durante la convalescenza, si dedica alla scrittura di lettere da inviare al maggiore Gilbert Bougainvillea chiedendogli sue notizie che, come si sospetta fin da subito, non arrivano.

Le abitudini sono dure a morire e, senza ricevere e eseguire ordini, Violet non è in grado di pianificarsi un’esistenza. Sarà il lavoro come bambola di scrittura automatica a permetterle di iniziare a capire che la continua denominazione di automa che ha da sempre ricoperto i suoi incarichi vacilla. Interessante come nel doppiaggio francese le bambole siano legate al termine souvenirs ovvero “ricordi”, e Violet diventi custode e interprete di questi. Anche durante il suo impiego da scrittrice di lettere, Violet rimane uno “strumento”. La differenza è che nel suo attuale lavoro non veicola più morte e sofferenza, ma sentimenti di riconciliazione e amore.

La natura di androide o semi umano del suo personaggio la priva, per forza di causa, della capacità di esternare la maggior parte dello spettro delle emozioni, ma i patetici flashback ricorrenti e l’abilità della doppiatrice Emanuela Ionica rendono credibile il personaggio e la sua, prevedibile, evoluzione.

Violet Evergarden si sforza di sorridere

È proprio il caso di dire che, nonostante il monito implicito della serie (la categorizzazione sotto la voce “dramma”) è disarmante la continua esposizione al dolore altrui della giovane protagonista. Le cicatrici della sindrome PSTD sono così evidenti, e trafiggono noi poveri spettatori che ormai ci siamo rassegnati a tirare fuori i fazzoletti che avevamo con noi solo a titolo preventivo.

Parole che suonano come un monito da parte di Claudia Hodgins, ex commilitone del maggiore e attuale datore di lavoro di Violet.

Hodgins: Sei stata nell’esercito fin da bambina, hai trascorso tutta la vita ad eseguire ordini di altri, ma adesso è diverso. Imparerai tante cose in futuro, anche se potrebbe essere più facile vivere non sapendole, senza venirne a conoscenza. Ad esempio, tu non sai ancora che… che il tuo corpo sta bruciando, e che ribolle da dentro per le cose che hai fatto.
Violet: Non sto bruciando.
H: Invece sì.
V: Non sto bruciando! Non ha senso.
H: Ti sbagli. Bruci eccome. […] Un giorno capirai quello che ti sto dicendo. E a quel punto ti renderai conto per la prima volta che hai dentro molte scottature.

Di fronte al suo ostinato desiderio di capire cosa significa “ti amo” – le ultime parole pronunciate dal maggiore in fin di vita – la si vorrebbe abbracciare ma al tempo stesso non possiamo fare a meno di mantenere una distanza guardinga, un po’ titubante da quegli eleganti arti metallici. Ci si può scusare per gli atti commessi in passato ma, come più volte ricordatole, non si può dimenticare ciò che è stato compiuto. Violet è infatti una vera e propria custode dell’eredità di ciò che ha commesso ma soprattutto di ciò che ha imparato, su di sé e sugli altri.

Il complesso di 13 episodi non dimentica di tracciare in modo definito l’ambientazione e , alla fine, non siamo esenti neanche noi dal fascino che esercitano gli interni di queste eleganti case fine ottocento filo-europee, forse a causa della costruzione della architettura della città che fa un po’ l’occhiolino a quelle de il Castello Errante di Howl.

La scenografia e il design dei paesaggi è estatico e ci sentiamo anche noi seduti vicino a lei su treni che attraversano calmi le vallate fiorite e le coste scintillanti.

Molto romantica la tematica dei fiori che ritorna nei nomi dei personaggi e nel messaggio che vuole ispirare la serie: fiorire nonostante le intemperie e le avversità e, con le parole di Violet:

Io vivrò la mia vita. Non so cosa mi riserva il futuro. Giorni belli e brutti, ma vivrò, io vivrò, io vivrò!

Hodgins e Violet Evergarden

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