TENSIONI E SOLUZIONI VISIVE NEL CINEMA DI PUPI AVATI

Nelle recenti interviste rilasciate da Pupi Avati in occasione dell’uscita del Signor Diavolo, viene spesso chiamato “maestro”. Un patentino che non dispiace affatto al regista bolognese, forse perché mai ritenuto un regista d’autore in senso stretto. Ma al di là delle etichette, rimane la difficoltà di inquadrare il suo lavoro all’interno di un orizzonte definito. Per i suoi film più inquietanti (pochi in realtà, rispetto alla sua vasta produzione) si è inventato da solo il termine “gotico padano”. Noi li chiamiamo più genericamente film horror, ma il punto è un altro. Sarebbe improprio catalogarlo – nelle eccezioni classificatorie più positive – come regista di genere. Se Fulci o Bava, per non dire Argento, sono accostabili a Romero o a Carpenter, lo stesso non si può dire di Avati.

I registi sopracitati si prestano al culto, alla riscoperta e a una collocazione più sotterranea e indipendente rispetto al cinema ufficiale. Pupi Avati, del resto, è del tutto disinteressato al cinema horror. Quando i giornalisti gli chiedono quale sia l’ultimo film del genere che abbia apprezzato confessa la sua completa ignoranza in materia. L’orrore dei suoi film proviene sostanzialmente dalla tradizione contadina. Non da Lovecraft, né tantomeno dai capiscuola del cinema horror nostrano o statunitense.

Certamente Avati, soprattutto per la filmografia degli esordi, si inserisce nel cinema di genere degli anni ’70 del giallo all’italiana e non solo. Zeder in questo è un esempio notevole, oltre a essere indiscutibilmente debitore dei film di Bava e Fulci.

Quello che è certo è che non è un regista di culto, nonostante abbia girato film di culto come La casa dalle finestre che ridono. Nella sua filmografia sterminata si contano, oltre all’horror, il lirismo poetico (Una gita scolastica), la satira (Bordella), l’epicità cristiana (Magnificat), la commedia (Ma quando arrivano le ragazze, ma la lista è lunga), il dramma (Il papà di Giovanna), il Jazz (Jazz band) eccetera.

Si potrebbe anche sostenere, senza troppi problemi, che Pupi Avati è un artigiano, un buon mestierante, ricorrendo a categorizzazioni sempre valide. Eppure ciò che mi colpisce di più del suo cinema  è proprio un’adesione parziale e mai completa al genere, come all’autorialità. In altre parole, Pupi fa horror senza amare veramente l’horror, in maniera istintiva. E fa autorialità sfruttando il genere, che è di per sé popolare.

Pupi Avati - La casa dalle finestre che ridono

In questa sede, non intendo trovare la cifra stilistica del cinema di Avati o inserirlo in classificazioni più o meno discutibili. Tuttavia, ripensando ai suoi film migliori ho notato due elementi ricorrenti: la tensione e la soluzione visiva.

Quando parlo di tensione non mi riferisco solo al cinema horror, ma a tutti film nei quali (potremmo parlare qui di un terzo elemento) c’è una suggestione forte (la pianura padana, il tavolo da poker, l’appennino, ma può essere quella temporale della memoria e del passato) che la macchina da presa riesce a evocare, in tutto il suo fascino, ma anche (e soprattutto) in tutta la sua inquietudine.

Regalo di Natale e La rivincita di Natale hanno lo struttura di un thriller. Non ci sono delitti, ma dietro al tavolo ci sono colpevoli, vendette e tradimenti, trappole e prede. Persino un film con ambizioni più poetiche come Una gita scolastica ritroviamo nell’amarcord nostalgico del professore Balla il clima di tensione della quiete prima della tempesta, rappresentata dal passaggio all’età adulta, come dalla pace alla guerra (siamo all’alba del primo conflitto mondiale).

Pupi Avati - Una gita scolastica

Il connubio di suggestione e tensione emerge ovviamente negli horror, dove la placida e paludosa campagna padana si fonde con la tradizione popolare contadina, magico-religiosa e terrificante.

Ma in questi stessi film diventa fondamentale la soluzione visiva, che non può essere semplicemente quella paesaggistica o temporale. Per dirla con Hitchcock: “Se vuoi fare un film di successo ambientato in Svizzera, devi metterci le montagne e il cioccolato”, ma da solo non bastano per fare un buon film.

In questa prospettiva, Il Signor Diavolo, per quanto interessante, non riesce a raggiungere le vette della Casa dalle finestre che ridono. Nel film del ’76, la risoluzione del caso del pittore delle agonie è visiva e si rifà all’immaginario contadino del prete-donna che terrorizzava il giovanissimo Pupi. Non entro nei particolari perché rovinerei il finale a chi ancora non ha visto il film.

Al contrario, la soluzione visiva del finale de Il Signor diavolo è troppo debole, ha l’effetto di un deus ex machina, forse reso obbligatorio dal minutaggio risicato. Il problema inoltre è che la vera soluzione del mistero non è visiva, ma discorsiva. Il parlato del sacrestano rovina la dimensione orrorifica che dovrebbe rimanere inespressa (quantomeno a parole). Purtroppo il film non gode nemmeno di una fotografia agli stessi livelli della Casa dalle finestre che ridono.

Fuori dall’horror, soluzioni visive di grande impatto sono l’incanto che precede l’attraversamento della montagna in Una gita scolastica o l’albero di Natale dei film sulle partite di poker, splendido ma effimero.

In definitiva, il cinema di Pupi Avati prende solo quello che gli interessa da Fellini e Olmi, come dai film di genere italiani. Pur non amando fino in fondo né l’autorialità né l’horror, riesce a essere (a modo suo e nei casi migliori) regista d’autore e di genere. Se la memoria o il rifuggire dall’eterno presente della commedia italiana odierna è ciò che interessa principalmente il regista bolognese (la Prima guerra mondiale, l’epoca di Cristo, il passato contadino, l’età del jazz), a caratterizzare i suoi film più suggestivi (dove c’è memoria c’è suggestione) sono quindi il ritmo e l’immagine visiva.

Pupi Avati - Signor Diavolo

Simone Pavesi

Curatore del sito "AnimeBambu.it"

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