Il collezionista di carte di Paul Schrader

I pareri a caldo della redazione di Accadde al cinema sul film Il collezionista di carte di Paul Schrader

Ah, che grande uomo di cinema che è Paul Schrader! Ne Il collezionista di carte ciò che conta veramente non è la storia, in realtà molto semplice e non particolarmente originale, ma la qualità della messa in scena. Non è importante che cosa si gira, ci dice il buon Paul, ma come lo si gira.

Il cinema è un mezzo e non un fine e tale mezzo, nelle mani sapienti del nostro, è contraddistinto da movimenti di macchina arguti e molto tecnici (addirittura viene utilizzata una fish-eye camera nelle scene più claustrofobiche), dialoghi scritti con cura del dettaglio e della narrazione, tempi della stessa narrazione molto dilatati, ma mai prolissi, un montaggio splendido e curatissimo, costumi strepitosi e una recitazione da brividi.

Sotto il punto di vista tematico la pellicola di Schrader racconta una storia più di redenzione, che di vendetta, ma a livello sociologico gli USA hanno un rapporto irrisolto con la violenza e i rapporti umani si traducono in una ricerca sì della suddetta redenzione, ma la voglia di vendicarsi, anche contro il nulla, è troppo forte.

Da vedere assolutamente se amate il cinema nei suoi lati più tecnici, dalla cura del dettaglio scritto, passando per la costruzione degli interni che vi fanno capire il trascorso dei personaggi.

Semplicemente imperdibile.

Natale Rana

 

Mi trovo in seria difficoltà a scrivere una recensione su Il collezionista di carte di Paul Schrader. Quando provo a seguire un ragionamento, che mi porterebbe ad apprezzare o a nutrire delle riserve sul film, finisco in un vicolo cieco o su una falsa pista.

Per certi versi, mi sento come Kirk-con-la-C: accompagno William Tell per i casinò del paese, gioco un po’ alle slot-machine, quando mi stufo mi siedo su un divanetto con una birra in mano, guardo le partite del mio socio e chiacchiero insieme a La Linda.

Più di una volta Tell chiede a Kirk-con-la-C: Ti piace la vita che facciamo? (e come spettatore suona come Ti piace il film?). La sua risposta è indicativa Forte, ma… e il quel ma ci sono le perplessità del ragazzo sulla loro routine, anche se a volte pensa di potercisi abituare. L’interessamento di Tell serve quasi a ricordare (al giovane socio e allo spettatore) quali sono le regole del gioco, quelle fondamentali, ovvero l’attesa e la ripetitività.

Nel poker, ad Abu Ghrai come nel carcere militare o da cittadino libero, Tell è “un uomo chiuso nella sua stanza” (per usare una definizione dello stesso Paul Schrader valida per molti personaggi dei suoi film), che aspetta la mano dell’avversario o di compiere una vendetta, dove la tortura dei prigionieri o il conteggio delle carte rientrano nello stesso universo di significati, se non addirittura nello stesso sistema di valori.

Questo, in estrema sintesi, il punto di partenza per entrare nel cinema di Schrader, dove contano di più le immagini deformate degli anni in cui era soldato in Iraq, le allegorie disseminate nel film (a partire dalla scelta di usare il nome di un eroe della patria come pseudonimo), la rappresentazione del sacro e i ritmi ripetitivi delle partite, delle pagine di diario e delle stanze di albergo ricoperte di teli bianchi.

Sembra quasi che Schrader abbia voluto essere più regista che sceneggiatore, accantonando il copione o servendosene nella misura in cui vada nella direzione della sue scelte registiche. La narrazione è infatti poco interessata alle vicende e ai personaggi. Non c’è evoluzione o una rottura degli equilibri. Lo spettatore non assiste alla morte di Cirk o allo scontro finale tra i due militari (sentiamo giusto le voci). Sarebbe comunque ingannevole soffermarsi troppo a riflettere sui dubbi della sceneggiatura, perché il rischio è che ci sfuggano le ossessioni e la poetica di Schrader.

Simone Pavesi

Tell e Cirk - Il collezionista di carte di Schrader

Simone Pavesi

Curatore del sito "AnimeBambu.it"

SuperWebTricks Loading...