ANO HANA: COSA C’ENTRA MARI OKADA CON MURAKAMI?

Ano Hana sceneggiato da Mari Okada e L’incolore Tazaki Tsukuro di Haruki Murakami. Quando le opere sono accomunate dalla stessa ispirazione.

Qualcuno avrà strabuzzato gli occhi dopo aver letto questo strano accostamento. Vi starete chiedendo che cosa abbia in comune Mari Okada con un pluricandidato al Nobel per la letteratura. A parte la nazionalità giapponese, s’intende. E in effetti, se si pensa all’autrice di Ano Hana o di Hanasaku Iroha, è facile calarsi nei ritmi tranquilli della campagna, con i suoi bei paesaggi bucolici. Niente a che vedere con la Tokyo notturna e alienante rappresentata nei romanzi di Murakami.

Eppure anche autori molto diversi riescono a entrare in contatto tra di loro. Non sto parlando di un semplice omaggio ad altre opere, magari in segno di stima per il proprio sensei. Ma a quando, inconsapevolmente, si ha la stessa idea.

Facciamo qualche esempio per capirci meglio. Jiro Taniguchi e Francis Ford Coppola sono partiti da un soggetto identico per la graphic novel In una lontana città e il film Peggy Sue si è sposata. Entrambe raccontano la storia di un adulto, insoddisfatto della propria vita, che viaggia nel tempo e si ritrova nel suo corpo di adolescente. Prendiamo ora Maledetto il giorno che ti ho incontrato di Carlo Verdone e Harry ti presento Sally di Rob Reiner. I film in questione si domandano se tra uomo e donna possa esistere un vero rapporto d’amicizia. Per certi versi, anche Toradora! (sceneggiato sempre da Mari Okada) parte da queste basi.

Quando ho letto L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio mi è subito tornato in mente Ano Hana (uscito tra l’altro due anni prima). Proviamo a capire come Mari Okada e Murakami sviluppano le loro storie.

Tazaki Tsukuru visto da Clifford Harper per The Guardian
Tazaki Tsukuru di Clifford Harper per The Guardian

Ano Hana e Tazaki Tsukuru

La prima compagnia, un po’ come il primo amore, non si scorda mai. Soprattutto se nella prima compagnia c’è anche il primo amore. E in effetti i protagonisti di Ano Hana conservano ancora un vivido ricordo dei Super Busters per la pace e della loro amica Menma. Ma nei loro cuori non c’è spazio per la nostalgia di quelle estati trascorse nella loro base segreta.

Purtroppo il gruppetto è destinato a sciogliersi, dopo la prematura scomparsa della bambina che catalizzava le attenzioni dei maschietti e la gelosia delle femminucce. Un lutto collettivo che ha lasciato, nell’animo degli ex componenti, un vuoto incolmabile e parecchie questioni in sospeso. Anni dopo, lo spirito di Menma, che non è riuscito a raggiungere il Nirvana, si installa in casa di Jintan. Troverà la pace solo se gli amici di una volta ricostituiranno il gruppo liberandosi finalmente dai sensi di colpa.

Anche al centro del romanzo di Haruki Murakami c’è lo scioglimento di una compagnia. Un giorno gli amici più intimi di Tsukuru spariscono dalla sua vita, senza dargli nessuna spiegazione. Per sedici anni, il protagonista convive con il dolore di essere stato espulso da quel “gruppo di persone spiritualmente legate in modo così totale, assoluto”. Non diventa un hikikomori come Jintan, che esce di casa camuffato con occhiali e berretto. Ma a suo modo rinuncia a vivere, meditando continuamente il suicidio. Ora che sono cresciuti e la compagnia si è sciolta, decide finalmente di cercarli uno per uno per scoprire la verità.

Leggendo il romanzo di Murakami si trovano facilmente altre analogie con Ano Hana. Chissà se la sceneggiatrice avrà ispirato lo scrittore! Siamo però più interessati a individuare le differenze stilistiche tra le due opere.

Menma di Ano Hana

L’incolore Tazaki Tsukuri ha un indubbio pregio. Gli elementi visionari e nostalgici, presenti in quantità diversa nelle sue opere, conoscono il senso della misura. Il lettore viene condotto in un universo indecifrabile senza mai sentirsi spaesato. All’ultimo capitolo arriva a capo di una matassa, apparentemente ingarbugliata, fatta di esperienze oniriche surreali. Lo stesso vale per i momenti di maggiore intensità e di introspezione. L’emozione non è mai gridata, ma ci viene suggerita.

In Ano Hana la questione non è così netta. Da una parte si è parlato di lirismo commovente, dall’altro si è sottolineata la pretesa della serie di entrare a forza nel cuore dello spettatore. La verità potrebbe stare nel mezzo. Resta innegabile l’incanto esercitato da sfondi, colori, immagini, dettagli e musiche. Il plot è davvero suggestivo. Eppure i toni sono molto distanti (e meno controllati) rispetto alle tinte sobrie di Murakami. Sembra quasi che la sceneggiatrice non si fidi troppo della sua capacità di emozionare. Per dirla con il Great Teacher Onizuka (parlando delle misure di una sua allieva): “Tutto ciò che è grande è positivo”. Ma l’emozione se è troppo grande, rischia di sconfinare nel patetico.

Confidiamo comunque che Murakami possa ispirare, prima o poi, i lavori futuri della Okada.

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Simone Pavesi

Curatore del sito "AnimeBambu.it"

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