L’ALLEGORIA VUOTA NELL’INTERPRETAZIONE DI UTENA

ATTENZIONE Contenuto a rischio spoiler

A vent’anni di distanza dalla prima messa in onda, La rivoluzione di Utena non ha ancora dischiuso l’intero universo dei suoi significati. Trattandosi di un’opera di Kunihiko Ikuhara, nonché il suo vero esordio a briglie sciolte, l’incertezza dell’interpretazione rientra nelle aspettative del pubblico e, probabilmente, nelle volontà dell’autore.

Ikuhara sembra quasi scongiurare che la profondità delle sue tematiche non emerga completamente. Che si tratti di Utena, di Mawaru Penguindrum o di Yurikuma Arashi, nelle interviste non si espone, minimizza, non legge un contenuto politico nei suoi lavori. E, rincarando la dose, rivela di essere il primo a non capirci molto. A riguardo, non avrebbe idea di ciò che esprima la simbologia della rosa! Basta leggere le dichiarazioni rilasciate a Justin Sevakis.

Utena simbologia rosa

Anche gli innumerevoli inserti, all’apparenza meri riempitivi, si muovono da questi presupposti: ingannare il pubblico, depistarlo, come se Ikuhara ci tenesse che le proprie serie fossero liquidate come le follie di un genio (o di un pazzo). Ne sono un esempio, le vicende che ruotano intorno a Nanami, quando va in India a cercare un particolare tipo di curry, o si trasforma in mucca o, ancora, cova un uovo.

In un’intervista sul web, Emanuela Pacotto, doppiatrice di Utena Tenjo, farebbe di certo la felicità del regista giapponese con le sue esternazioni:

Le situazioni, la musica, tutto è pieno di pathos ma sfido chiunque a spiegarmi fino in fondo tutto quello che accade e tutta la storia. Mi ricordo che in sala di doppiaggio la discussione era sempre aperta. Ma alla fine non ti importa di aver capito fino in fondo. Conosci Utena e non te la scordi più. Ha vinto lei.

A vincere, non è solo Utena, ma Ikuhara, che vorrebbe limitarsi a instillare nei suoi fan una sensazione mista di meraviglia e disorientamento.

Utena rose

Ma che cosa c’è di rivoluzionario in Utena?

In vent’anni, se ne sono sentite tante. Dalle ipotesi marxiste (Anthy esponente del proletariato oppresso?) alle tesi fondate sulla psicanalisi, si è detto tutto e il contrario di tutto.

Ikuhara sembra rassomigliare – lo si osserverà con maggiore chiarezza in Mawaru Penguindrum – agli atei disperati di cui parla Pascal: non sono essi abbastanza infelici? Eppure proseguono nella ricerca dell’Essere, in un anelito vano e, ciò nonostante, inesausto.

Utena, al primo incontro con Toga e Saionji bambini, aspira a qualcosa di eterno. Slancio prima infantile e poi adolescenziale, confinato alla stagione delle dolci illusioni? O metafora della spinta incessante dell’Uomo verso l’inattingibile? Il quale è significativamente collegato ai confini del mondo, al di là delle nostre possibilità di comprensione.

Nella seconda saga, i membri del Consiglio Studentesco rimasti sono in tre: l’arrogante Nanami, il malinconico Miki, la carismatica Yuri. Ma dal confine del mondo non arrivano più lettere, la ricerca di significato sembra essere giunta a un punto morto. Salvo poi tornare in auge al rombo di una cabrio scattante, in grado di condurti alla meta tanto agognata. Da dove si rientra con una rinnovata volontà di combattere. Curiosa, a tal proposito, la dicotomia che si rileva tra seconda e terza saga. Cosa spinge un essere umano a trovare un motivo per battersi? a non scivolare nell’apatia? a non inclinare verso uno sconsolato nichilismo?

Il soffitto del cielo di carta pirandelliano è altrettanto basso per il Terenzio Papiano del Fu Mattia Pascal e per Nanami. Il campanaccio di Dior e l’uovo trovato nel letto sono sufficienti per distrarla dal (non)senso apparente della vita. E beata lei, verrebbe da dire, tutta presa com’è dalla meschinità grottesca del quotidiano, al punto di trovare in essa una fonte di intrattenimento e di preoccupazione. In compenso, l’aristocratico sdegno di Toga sembra irridere una Weltanschauung così riduttiva e opprimente. Ma quali alternative ci sono?

Nanami Touga e cabriolet - Utena

La rivoluzione di Utena tra psicanalisi e metafisica

Nella seconda saga, sembra che la risposta sia di natura psicanalitica. Occorre scavare più a fondo, esaminare impietosamente se stessi e trovare nell’inconscio l’energia vitale necessaria per affrontare il caos dell’esistenza. Ma la fonte di tale slancio dionisiaco si esaurisce in fretta. Il tutto si riduce a un irrazionale desiderio di combattere, di fronte al quale gli stessi duellanti rimangono perplessi, una volta rientrati nei binari della razionalità quotidiana.

Ed ecco che la motivazione, nella terza saga, assume una connotazione metafisica. Il confine del mondo è il regno delle grandi e nobili illusioni (“fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane”, avrebbe detto Leopardi), nuova linfa per la sete di azione, di passione e di grandezza dei duellanti. Ma la sconfitta nell’arena dei duellanti (e la morte di Ruka) marcano incessantemente l’insensatezza di questo tentativo.

Non resta che prendere atto della finitezza della nostra condizione umana. Il confine del mondo è il punto più alto dell’istituto, la torre dove Akio vive e si diletta (per finta, si capisce) a contemplare le stelle del planetario, tanto belle quanto inautentiche. Più oltre non si riesce ad arrivare. E il naufragar è dolce, in questa assurdità spogliata di senso.

Mostra di Utena al COMICON
Mostra fotografica “Take my Revolution”. Fonte: Eva Impact (gruppo FB)

Una lettura postmoderna di Utena

Sarebbe infatti un errore attribuire ai duellanti di Utena una dimensione interiore eccessivamente contraddistinta dall’angoscia esistenziale. Forse è più adeguata una lettura postmoderna: personaggi smarriti (e che si lasciano smarrire) in un labirinto di simbologie sfuggenti. Dalle rose rotanti, alla foresta di decappottabili, dalla partita di badminton, al passaggio a livello, l’elenco potrebbe occupare diverse righe. E allora fermiamoci un istante a riflettere sul cronometro di Miki. C’è chi ha sostenuto che misuri la durata delle battute degli astanti. Plausibile. Il significante ormai prevale incontrastato su un significato così vago e recondito da apparire come gli dei di Epicuro: esisteranno pure, ma sono così remoti che per noi è come se non ci fossero.

E se la chiave di tutto risiedesse nella capacità di amare qualcuno fino all’estremo sacrificio di sé, ultima possibilità rimasta all’Uomo per rivoluzionare il mondo e conferire ad esso un senso? Himari Takakura, dodici anni più tardi, parlerà in Mawaru Penguindrum dell’amore vero, l’amore che dà frutto. Che sia il caso di Utena con Anthy? Quest’ultima, nel finale, pare dotata finalmente di una volontà propria, con la quale prepararsi ad affrontare il mondo. Il guscio si è spezzato e il pulcino è giunto alla luce. Le ideologie sono tramontate? Chissà. Ma se l’Uomo è ancora capace di salvare l’uomo, anche semplicemente un singolo individuo, forse la speranza non è ancora morta.

In Utena, con maggiore evidenza rispetto ai suoi lavori successivi, Ikuhara ha dato sfogo al proprio incontenibile genio visionario. Se dovesse sfuggirci di mano Mawaru Penguindrum (che è una serie complessa) capiremmo comunque, pur con mille dubbi, il nocciolo della questione. Ancora meno spiazzante è Yurikuma Arashi, come se negli anni il regista giapponese cercasse di incanalare meglio la sua poetica.

Utena Anthy

Una gigantesca allegoria vuota

Potrebbe perciò esserci del vero in chi smette di trovare dei significati dove non ci sono, se persino il suo autore è dello stesso avviso. D’altronde, la tendenza a dover svelare a tutti i costi questo enorme apparato immaginifico rischia di condurci in un vicolo cieco. Molte innegabili suggestioni, tra divagazioni dello spirito e impegno sociale, continuano a restare indecifrabili. Come uscirne?

Proviamo a ricondurre La rivoluzione di Utena a una gigantesca allegoria vuota. Forse Ikuhara non intende dare un chiaro messaggio di verità e giustizia, né attribuire dei significati simbolici o portare avanti una tesi precisa. Tuttavia non è meno potente l’allegoria svuotata dall’interpretazione di un significato che c’era ed è sfuggito, perché ora invece va ricercato nel generale e non nel particulare, nel tutto che è maggiore della somma delle sue parti. Quello che interessa all’autore è farsi portavoce di un discorso rivolto a un’umanità che ha bisogno di essere salvata, che non può essere peggiore dei criminali che combatte, né causa di emarginazione e violenza: un’umanità che abbia la forza di rivoluzionare il mondo.

Nota al testo

Questo approfondimento di Simone Pavesi e Ugo Pastore è già apparso nel volume Take my Revolution! 20 anni di Utena la fillette révolutionnaire, realizzato dall’Associazione Culturale EVA IMPACT e presentato a Napoli in occasione del COMICON 2018.

Per conoscere tutti i dettagli del libro (vedi sotto) sul ventennale di Utena, rimando al blog di Ivan Ricci, che ha curato l’intero progetto.

Take my Revolution! 20 anni di Utena la fillette révolutionnaire

Simone Pavesi

Curatore del sito "AnimeBambu.it"

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