PLASTIC MEMORIES

Titolo PLASTIC MEMORIES
Titolo originale プラスティック・メモリーズ Purasutikku Memorizu (lett. “Ricordi di plastica”)
Genere Drammatico, Sentimentale, Fantascienza
Durata 13 episodi (24 min.)
Anno 2015
Regia Yoshiyuki Fujiwara
Soggetto Naotaka Hayashi
Sceneggiatura Naotaka Hayashi
Character design okiura (orig.), Chiaki Nakajima
Musiche Masaru Yokoyama
Una produzione Doga Kobo
In breve Tsukasa fallisce l’ammissione all’università per motivi di salute ed è spedito dal padre a lavorare in un’azienda che si occupa di ritiro e smaltimento androidi. Qui conosce Isla, un androide che diventerà sua partner nello svolgimento di un mestiere spesso ingrato. 
Punti di forza Buone la grafica e le animazioni, interessante (per quanto non originalissima) l’idea alla base. Simpatici i personaggi di contorno, a metà strada fra i comprimari di Evangelion e gli inquilini della Maison Ikkoku.
Punti di debolezza Colonna sonora irrilevante, sviluppo della trama in un melodramma che banalizza le premesse.
Visione del mondo Tempus fugit, perciò non sprechiamolo nell’attesa della fine inevitabile. Al contrario, cerchiamo sempre di vivere fino in fondo ogni singolo attimo che ci è stato concesso. 
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Plastic Memories - Isla e Tsukasa

PLASTIC MEMORIES: EMOZIONI AUTENTICHE, O DI PLASTICA?

Quando si recensisce Plastic memories, si teme sempre di sollevare polveroni. Intendiamoci, la serie è molto piaciuta. In tanti ne parlano bene. E così, ti ritrovi con lo stesso imbarazzo che provavi di fronte (per esempio) a Ano Hana. Ossia, di non poter criticare serenamente, senza passare per un arido individuo del tutto privo di cuore. Ma andiamo con ordine.

Plastic memories ci parla di un futuro non troppo lontano. Un futuro nel quale gli esseri umani e i Giftia (androidi così evoluti da apparire del tutto indistinguibili dagli uomini) sono parte dello stesso tessuto sociale. Umani e umanoidi non soltanto lavorano insieme, ma a volte formano coppie di fidanzati. E gli uni possono adottare gli altri, ed essere adottati. C’è però un piccolo problema.

La durata del ciclo vitale di un Giftia è pari a 81920 ore. Facciamo i conti per voi: grosso modo, nove anni e quattro mesi. Non è molto. E poi, cosa succede? Semplice: la scheda di memoria comincia a perdere colpi e i robot accusano disturbi di personalità. Se non si interviene prontamente, perdono il controllo e si abbandonano a manifestazioni di violenza.

Ecco quindi la necessità di una figura professionale che passi a citofonare casa per casa e ritirare i Giftia prossimi alla scadenza. Con questo impiego, grazie ad una spintarella del padre, il 18enne Tsukasa esordisce nel mondo del lavoro. Gli sarà affidata come partner la giovanissima Isla, un androide con sole 2000 ore di vita residua. Ben presto tra i due si creerà un legame insospettabile, a meno che non abbiate visto la opening.

Ironie a parte, a questo quadretto dobbiamo aggiungere i colleghi d’ufficio di Tsukasa e Isla, siano essi umani o Giftia. Ricordano, per alcuni aspetti caratteriali, i protagonisti di Evangelion. Probabilmente, si ipotizza che tra qualche decennio i giapponesi se la prenderanno più comoda, al lavoro. Già, perché gli alter ego di Kaji, Misato e Asuka sembrano occupati soprattutto a spettegolare sui protagonisti. E ad offrirsi sempre di aiutarli, anche se in realtà si rivelano spesso controproducenti.

Plastic Memories - I colleghi

Lacrime robotiche

Plastic memories parte a vele spiegate. Nella prima parte si accenna a qualche timido spunto di critica sociale (i robot sono titolari di diritti?) o di riflessione esistenziale (quale senso conferire a una vita così limitata?). Ma sul finale si sprofonda in uno stucchevole patetismo di maniera.

L’idea del robot capace di provare sentimenti umani non è la più originale del mondo. Tuttavia, può essere sviluppata in modo magistrale (vedi Time of Eve) oppure dar luogo a stereotipi per otaku. Vi ricordate il discorso di Yamazaki sui tre tipi di donna per cui ogni nerd impazzisce, in Welcome to the NHK?

Spiace davvero, assistere alla parabola declinante di un lavoro con delle potenzialità. Specialmente, poi, se rinuncia a sciogliere i nodi intrecciati per cadere in un facile sentimentalismo. Dunque, i primi 11 episodi erano tutti una cornice finalizzata a scioglierci in lacrime negli ultimi due? Prospettiva abbastanza deludente, in verità.

Ciò che lascia veramente perplessi, in Plastic Memories, è questa oscillazione continua tra dimensione privata e considerazioni di più ampio respiro. In sé, non ci sarebbe nulla di male, intendiamoci. Ma quando questa dicotomia si risolve interamente a favore della love story, e per di più senza risolvere veramente nulla, ti assale il dubbio di trovarti di fronte ad una sceneggiatura senza palle.

Il dubbio diventa poi certezza nelle scene finali. In sintesi, per ricapitolare: Plastic Memories non è un prodotto malvagio. Una domanda, però, ci ronza in testa. Come avrebbe affrontato, un Gen Urobuchi (Madoka Magica, Psycho-Pass) lo stesso concept? Una valutazione complessiva di quest’opera non potrà prescindere dall’ampiezza dello scarto rilevato fra ciò che poteva essere e ciò che in effetti è stata.

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